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| Immagine AI sulla guerra degli USA in Groenlandia by Gabriele Romano |
Negli ultimi mesi la Groenlandia è tornata improvvisamente al centro della geopolitica globale. Dichiarazioni aggressive, pressioni diplomatiche e persino l’ipotesi dell’uso della forza hanno riportato alla luce una questione che molti consideravano archiviata: perché gli Stati Uniti guardano con tanto interesse a un’isola ghiacciata, scarsamente popolata e formalmente sotto sovranità danese?
Dietro la retorica della sicurezza nazionale e della stabilità dell’Artico si muovono interessi ben più concreti. La Groenlandia è un nodo strategico per il controllo delle rotte polari, un territorio ricco di minerali critici indispensabili per l’industria tecnologica e un avamposto chiave in una regione sempre più contesa tra grandi potenze. In questo contesto, le ambizioni americane sollevano interrogativi che vanno ben oltre la semplice diplomazia.
Questo articolo prova a mettere in ordine i fatti, separare la propaganda dalle reali motivazioni strategiche e capire cosa c’è davvero in gioco dietro quella che molti definiscono già una nuova corsa all’Artico.
14 Gennaio - Summit alla casa bianca
Il 14 gennaio si è svolto alla Casa Bianca un incontro definito inizialmente “decisivo” tra i vertici dell’amministrazione statunitense e i rappresentanti di Danimarca e Groenlandia. Il vertice si è però concluso senza alcun accordo sostanziale.
I partecipanti
Per gli Stati Uniti erano presenti il presidente Donald Trump, il vicepresidente Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. A rappresentare le controparti nordiche hanno partecipato il ministro degli Esteri danese Lars Rasmussen e la rappresentante del governo groenlandese Vivian Motzfeldt.
La posizione americana, chiarita prima del summit
Già prima dell’incontro Trump aveva reso pubblica la linea della Casa Bianca attraverso una serie di post su Truth. Secondo il presidente, la Groenlandia rappresenta un interesse vitale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, in particolare per il rafforzamento del sistema di difesa missilistica “Golden Dome”. Trump ha inoltre sostenuto che, in assenza di un intervento americano, l’isola potrebbe finire sotto l’influenza di Russia o Cina, arrivando ad attaccare duramente la Danimarca e invocando un ruolo attivo della Nato.
L’offerta economica sul tavolo
Secondo indiscrezioni riportate da NBC, durante la fase preparatoria del summit il segretario di Stato Rubio era pronto a presentare un’offerta economica che avrebbe potuto raggiungere i 700 miliardi di dollari per l’acquisizione della Groenlandia. La proposta, pensata come leva politica, non ha tuttavia modificato l’esito del confronto.
Il netto rifiuto di Danimarca e Groenlandia
La risposta delle controparti è stata chiara e unitaria. Vivian Motzfeldt ha escluso qualsiasi forma di controllo statunitense sull’isola, mentre il ministro Rasmussen ha ribadito l’inviolabilità dell’integrità territoriale della Groenlandia, definendo inaccettabile l’idea di una cessione o di una “conquista”. Pur riconoscendo divergenze profonde, Rasmussen ha descritto il colloquio come franco e costruttivo, dichiarando la disponibilità danese a rafforzare la cooperazione difensiva in ambito Nato.
Il risultato finale: nessun accordo, ma dialogo aperto
L’incontro si è concluso con un compromesso minimo: la decisione di istituire una commissione di alto livello incaricata di proseguire il dialogo nelle prossime settimane. Una scelta che evita, almeno per ora, un’escalation immediata, ma lascia irrisolte le divergenze di fondo: da un lato il rifiuto netto di qualsiasi cessione della Groenlandia, dall’altro la determinazione di Washington a non archiviare la questione.
L’invio delle truppe europee in Groenlandia
Già mercoledì 14 gennaio la Danimarca aveva iniziato a rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, dopo aver annunciato ufficialmente un aumento del presidio sull’isola. Truppe danesi sono state avvistate sul territorio, mentre una nave della Marina Reale Danese è stata segnalata al largo della costa di Nuuk in attività di pattugliamento.
L’annuncio danese è arrivato mentre i ministri degli Esteri di Danimarca e Groenlandia si recavano a Washington per incontrare i vertici dell’amministrazione statunitense. In parallelo, diversi partner europei hanno reagito con un gesto di solidarietà politica e militare, annunciando o avviando l’invio di contingenti simbolici sull’isola.
Giovedì 15 gennaio, un piccolo contingente francese è arrivato a Nuuk. Secondo le autorità, si tratta di una missione di ricognizione che coinvolge inizialmente appena 15 militari. Il dispiegamento francese si inserisce in un’operazione più ampia che vede la partecipazione, o la disponibilità a partecipare, di Germania, Svezia, Norvegia, Finlandia, Paesi Bassi e Regno Unito.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha chiarito che si tratta solo di un primo passo, annunciando che la missione sarà rafforzata nei prossimi giorni con risorse terrestri, aeree e navali. Per l’alto diplomatico Olivier Poivre d’Arvor, il dispiegamento ha soprattutto un valore politico: un segnale volto a dimostrare che la NATO è presente e attiva nella regione artica.
Anche l’Estonia ha dichiarato la propria disponibilità a contribuire. Il primo ministro Kristen Michal ha affermato che Tallinn è pronta a partecipare, se richiesto dalla Danimarca, sottolineando però che il futuro della Groenlandia deve essere deciso dal suo popolo e da Copenaghen, e che il dialogo resta l’unico strumento legittimo per risolvere le tensioni tra alleati.
Nel complesso, i movimenti militari europei mirano a mostrare unità e coordinamento, ribadendo che la sicurezza dell’Artico può essere garantita collettivamente dalla NATO, anche alla luce del crescente interesse russo e cinese nella regione.
Le dichiarazioni e la linea di Donald Trump
Il dispiegamento europeo avviene mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a rivendicare la Groenlandia come un interesse strategico americano. Secondo la Casa Bianca, l’invio di truppe da parte dei paesi europei non influenzerà la posizione del presidente.
Nel briefing con la stampa, la portavoce Karoline Leavitt ha dichiarato che la decisione di Trump sull’isola non cambierà, aggiungendo però che Washington continuerà le consultazioni con Danimarca e Groenlandia dopo l’incontro del giorno precedente, definito “produttivo”.
Il messaggio che emerge è duplice: da un lato l’Europa cerca di rafforzare la propria presenza e di inviare un segnale politico di coesione; dall’altro, l’amministrazione Trump ribadisce che la questione della Groenlandia resta aperta e centrale per gli interessi strategici degli Stati Uniti
Le ricchezze nascoste della Groenlandia: materie prime e risorse naturali
La Groenlandia non è solo un’isola ghiacciata ai margini dell’Artico: è anche un serbatoio di risorse naturali strategiche, che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione di governi, investitori e potenze globali. Il sottosuolo e le acque circostanti contengono minerali e materiali fondamentali per le industrie tecnologiche, energetiche e militari del futuro.
Minerali critici e terre rare
Il sottosuolo groenlandese è ricco di minerali strategici, fondamentali per l’economia moderna:
Terre rare: elementi come neodimio e praseodimio, utilizzati in turbine eoliche, motori elettrici e tecnologie militari.
Uranio: depositi noti nella zona di Kvanefjeld, che potrebbero alimentare l’industria nucleare.
Rame, zinco e nickel: metalli indispensabili per elettronica, batterie e infrastrutture.
Oro e platino: presenti in diverse aree, con potenziali opportunità minerarie commerciali.
Queste risorse rendono la Groenlandia un territorio di grande interesse strategico per Paesi che vogliono ridurre la dipendenza da fornitori esterni, come la Cina, attiva nel mercato delle terre rare.
Petrolio e gas
Sebbene la Groenlandia sia coperta da ghiaccio per la maggior parte dell’anno, alcune aree costiere e settentrionali contengono giacimenti di petrolio e gas naturale. Le esplorazioni petrolifere hanno avuto successo limitato finora, a causa delle condizioni estreme, ma i cambiamenti climatici e la riduzione dei ghiacci rendono alcune aree più accessibili, aumentando l’interesse di compagnie internazionali.
Risorse idriche e energia rinnovabile
Oltre ai minerali, l’isola possiede enormi risorse idriche e potenziale per energia idroelettrica. I fiumi glaciali offrono opportunità per la produzione di energia pulita, che potrebbe alimentare miniere e insediamenti, rendendo l’estrazione più sostenibile e indipendente dal carbone o da combustibili fossili.
Pesca e prodotti marini
Le acque artiche circostanti la Groenlandia sono tra le più ricche al mondo:
Pesce artico, crostacei e frutti di mare rappresentano una risorsa fondamentale per l’economia locale.
La pesca commerciale è già oggi la principale fonte di reddito dell’isola e uno strumento geopolitico, poiché la gestione sostenibile delle acque territoriali è un tema di rilevanza internazionale.
Potenziale geostrategico legato alle risorse
Il valore reale della Groenlandia non risiede solo nelle singole materie prime, ma nella combinazione tra minerali critici, energia e posizione strategica. L’isola si trova infatti lungo rotte marittime emergenti, che diventano navigabili con lo scioglimento dei ghiacci, aumentando l’importanza logistica e commerciale dei giacimenti locali.
In sintesi, la Groenlandia è molto più di un territorio remoto: è una risorsa naturale complessa e strategica. Questo spiega perché le grandi potenze — dagli Stati Uniti alla Cina, passando per i Paesi europei — guardino con crescente attenzione all’isola, rendendo ogni decisione politica locale un possibile nodo di tensione internazionale.
Dalla colonizzazione vichinga all’era moderna: la storia della Groenlandia
Le origini: i popoli artici
Prima dell’arrivo degli europei, la Groenlandia era abitata da popolazioni inuit, antenate degli attuali groenlandesi. Queste comunità artiche svilupparono culture adattate a un ambiente estremo, basate sulla caccia, sulla pesca e su una profonda conoscenza del territorio.
La “scoperta” vichinga (X secolo)
Intorno al 985 d.C., il navigatore norreno Erik il Rosso raggiunse la Groenlandia dopo essere stato esiliato dall’Islanda. Fu lui a darle il nome Grœnland (“terra verde”), probabilmente per renderla più attraente ai coloni.
Nei decenni successivi, i Vichinghi fondarono insediamenti soprattutto lungo la costa sud-occidentale. La Groenlandia entrò così nell’orbita del mondo nordico, con una società agricola e cristiana, collegata alla Norvegia e all’Europa medievale.
Declino degli insediamenti norreni
A partire dal XIV secolo, le colonie vichinghe entrarono in crisi e finirono per scomparire. Le cause furono molteplici:
- raffreddamento climatico (inizio della Piccola Era Glaciale)
- isolamento economico
- difficoltà di adattamento all’ambiente artico
- possibile conflitto o mancata integrazione con le popolazioni inuit
Quando i contatti europei ripresero secoli dopo, gli insediamenti norreni erano ormai scomparsi.
Dal dominio norvegese a quello danese
Nel 1261, la Groenlandia era formalmente entrata sotto la Corona di Norvegia. Quando nel 1380 Norvegia e Danimarca si unirono sotto lo stesso sovrano, anche la Groenlandia passò indirettamente sotto il controllo danese.
Dopo la dissoluzione dell’unione danese-norvegese nel 1814, la Groenlandia rimase ufficialmente alla Danimarca, che ne rafforzò il controllo coloniale nel corso del XIX secolo.
La Groenlandia come colonia danese
Per gran parte dell’Ottocento e del primo Novecento, la Groenlandia fu una colonia danese. Copenaghen esercitava un controllo diretto sul commercio, sull’amministrazione e sulla vita politica, limitando i contatti con l’esterno.
Durante la Seconda guerra mondiale, con la Danimarca occupata dalla Germania nazista, gli Stati Uniti assunsero un ruolo centrale nella difesa dell’isola, costruendo basi militari. Questo segnò l’inizio della duratura importanza strategica della Groenlandia per Washington.
Dal dopoguerra all’integrazione nello Stato danese
Nel 1953, la Groenlandia cessò formalmente di essere una colonia e fu integrata come parte costitutiva del Regno di Danimarca. I groenlandesi ottennero la cittadinanza danese, ma le decisioni politiche continuavano a essere prese principalmente a Copenaghen.
Questo periodo fu segnato da politiche di modernizzazione spesso imposte dall’alto, che ebbero conseguenze sociali e culturali profonde.
L’autonomia: l’Home Rule (1979)
Una svolta fondamentale arrivò nel 1979, quando la Groenlandia ottenne un primo livello di autonomia interna (Home Rule). Da quel momento, un parlamento locale (Inatsisartut) e un governo groenlandese (Naalakkersuisut) iniziarono a gestire molte competenze interne, come:
- istruzione
- sanità
- politiche sociali
- gestione delle risorse locali
L’autogoverno rafforzato (Self-Government Act, 2009)
Nel 2009, dopo un referendum popolare, l’autonomia è stata ulteriormente ampliata con il Self-Government Act. La Groenlandia ha ottenuto:
- maggiore controllo su risorse naturali e minerarie
- riconoscimento del popolo groenlandese come soggetto distinto
- diritto di avviare un processo verso l’indipendenza, se lo desiderasse
Tuttavia, alcune competenze restano in mano alla Danimarca:
- politica estera
- difesa
- sicurezza
- politica monetaria
Per questo si parla oggi di autonomia ampia ma non piena indipendenza.
La Groenlandia oggi
Oggi la Groenlandia è un territorio semi-autonomo all’interno del Regno di Danimarca, con un forte dibattito interno sul futuro: maggiore integrazione, indipendenza graduale o mantenimento dello status quo.
Il crescente interesse internazionale per l’Artico, le risorse minerarie e le nuove rotte marittime ha riportato l’isola al centro della geopolitica globale, rendendo la sua storia — da terra vichinga a nodo strategico mondiale — più attuale che mai.
I precedenti storici: quando gli Stati Uniti hanno conquistato (o tentato di conquistare) territori
L’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia non nasce nel vuoto. Al contrario, si inserisce in una lunga tradizione storica di espansione territoriale, acquisizioni strategiche e tentativi di controllo giustificati, di volta in volta, dalla sicurezza nazionale, dallo sviluppo economico o dall’equilibrio globale delle potenze.
L’espansione continentale e il “destino manifesto”
Nel XIX secolo, gli Stati Uniti costruirono la propria identità politica attorno all’idea del Manifest Destiny: la convinzione che la nazione fosse destinata a espandersi sul continente nordamericano. Questo principio portò a:
- l’annessione della Florida (1819)
- l’acquisizione della Louisiana dalla Francia (1803)
- la conquista di vasti territori dopo la guerra contro il Messico (1846–1848), che portò all’annessione di California, Texas, Nuovo Messico e Arizona
In questi casi, l’espansione veniva presentata come inevitabile e necessaria, anche a costo di guerre o della marginalizzazione di popolazioni locali.
Il salto oltremare: la guerra ispano-americana
Con la fine del secolo, gli Stati Uniti superarono i confini continentali. La guerra ispano-americana del 1898 segnò una svolta imperiale:
- Porto Rico e Guam furono annessi
- Filippine passarono sotto controllo statunitense dopo un conflitto sanguinoso
- Cuba divenne formalmente indipendente ma fortemente subordinata a Washington
Per la prima volta, gli USA controllavano territori lontani, giustificando l’espansione con la stabilità regionale e la protezione degli interessi strategici.
Groenlandia: un interesse che ritorna ciclicamente
Contrariamente a quanto spesso si pensa, l’interesse americano per la Groenlandia non è recente.
- 1867: lo stesso anno dell’acquisto dell’Alaska, Washington valutò per la prima volta l’idea di acquisire la Groenlandia (insieme all’Islanda)
- 1946: al termine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti offrirono alla Danimarca di acquistare la Groenlandia. Copenaghen rifiutò
- Guerra fredda: gli USA mantennero basi militari sull’isola, trasformandola in un pilastro della difesa nord-atlantica
L’idea di “possedere” la Groenlandia, dunque, riaffiora periodicamente quando l’isola diventa centrale per la sicurezza americana.
Alaska e le logiche dell’acquisto strategico
L’acquisto dell’Alaska dalla Russia nel 1867 è forse il precedente più vicino al caso groenlandese. All’epoca l’operazione fu criticata come inutile; oggi è considerata una delle mosse strategiche più lungimiranti della storia americana, soprattutto per le risorse naturali scoperte in seguito.
Questo episodio ha consolidato, nella cultura politica statunitense, l’idea che territori periferici e apparentemente inospitali possano rivelarsi decisivi nel lungo periodo — una logica che oggi si applica all’Artico.
Interventi senza annessione: il controllo di fatto
Nel XX secolo, gli Stati Uniti hanno spesso rinunciato all’annessione formale, preferendo il controllo politico, militare o economico:
- Panama, con il controllo del Canale
- Hawaii, inizialmente influenzate e poi annesse nel 1898
- numerosi interventi in America Latina e nei Caraibi
In questi casi, la sovranità nominale restava locale, ma il potere reale era esercitato da Washington.
Dalla conquista territoriale alla “sicurezza globale”
Nel mondo post-guerra fredda, l’espansione americana si è trasformata. Non si parla più apertamente di annessioni, ma di:
- sicurezza nazionale
- protezione delle rotte strategiche
- contenimento di potenze rivali
- accesso a risorse critiche
È in questo quadro che il caso Groenlandia riacquista centralità: non come colonia classica, ma come asset strategico irrinunciabile.
Continuità storica, non eccezione
Letta in prospettiva, la posizione americana sulla Groenlandia non rappresenta una rottura, ma una continuità storica. Cambiano il linguaggio e gli strumenti, ma resta costante l’idea che alcuni territori, per posizione o risorse, non possano essere lasciati fuori dall’orbita statunitense.
La differenza, oggi, è che la Groenlandia non è una terra vuota né priva di voce politica: è un territorio con un proprio popolo, un’autonomia riconosciuta e alleati che ne difendono la sovranità. Ed è proprio questa realtà a rendere il confronto attuale più delicato — e potenzialmente più esplosivo — rispetto ai precedenti storici.