Il 22 e il 23 marzo 2026 si è votato in Italia per il referendum costituzionale che aveva come obiettivo la riforma di 4 punti nell'organizzazione della giustizia. In particolare: [1] la divisione delle carriere tra giudici e PM, [2] la scissione del CSM tra quello giudicante e quello inquirente, e altri 2 punti: [3] il criterio selettivo dei membri del CSM e l'istituzione dell'alta corte disciplinare.
Gli italiani hanno votato con il 53,24% per il "NO" alla modifica, contro il 46,76% per il "SÌ". La riforma – che sarebbe passata con il "SÌ" – è stata proposta e portata avanti dal centrodestra (Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega), che a tratti sembrava farne una battaglia politica e di parte, quando in realtà doveva essere solo una proposta di cambiamento. Infatti, subito dopo l'esito dei risultati, e cioè qualche ora dopo l'inizio dello spoglio, alcuni esponenti della maggioranza di governo hanno dichiarato in interviste a caldo che uno degli errori commessi dai partiti autori della proposta di riforma è stato proprio quello di averne fatta una battaglia politica.
Ovviamente, quando si tratta di portare avanti una riforma politica, che sia economica o giuridica, è quasi inevitabile il confronto con le opposizioni, ma in questo caso sembrava più una riforma di bandiera, con i partiti che si presentavano come "giustizieri". Aldilà delle idee sulla proposta di riforma, era evidente che l'argomento fosse molto delicato e tecnico, e che la maggior parte delle persone probabilmente lo abbia sottovalutato. Quindi, aldilà di come abbia votato la maggior parte degli italiani, non è inverosimile pensare che una buona percentuale abbia votato più per un'idea di parte (e quindi di colore) che per un pensiero tecnico e razionale.
La divisione delle carriere tra giudici e PM
Il primo punto della riforma non è particolarmente difficile da analizzare. Sebbene il programma prevedesse la divisione delle carriere dei giudici e dei PM, che in sostanza rivestono i ruoli dell'arbitro e del giocatore nel campo della giustizia, i numeri disponibili online dimostrano che solo una piccola percentuale di persone che intraprendono la carriera di giurisprudenza cambia da PM a giudice, e viceversa. Quindi, ci si potrebbe chiedere se effettivamente questa piccola parte della magistratura possa influire negativamente senza una riforma costituzionale.
Tralasciando gli altri 3 punti, sicuramente più tecnici e complessi da analizzare, bisogna evidenziare come durante la campagna elettorale siano stati evocati i pensieri e le idee di riforma di persone che sono simbolo di legalità, come Falcone e Borsellino. In particolare, l'idea di Falcone era quella di separare le carriere, mentre quella di Borsellino era l'esatto opposto. Questo è un paradosso, se si pensa che entrambi i giudici condividevano lo stesso principio di legalità. Ma è chiaro che negli anni '90 il sistema giudiziario era molto diverso, e i giudici e i PM che alternavano i due ruoli erano molti di più.
Il post-esito del referendum: alcune dimissioni
Quando una proposta così importante non passa al vaglio dei cittadini, è lecito aspettarsi qualche possibile scossone. Il governo è rimasto saldo al suo posto e non ci sono state titubanze, come ad esempio con qualche voto di fiducia o altro, ma sono state rassegnate alcune dimissioni da parte di esponenti della maggioranza. Tuttavia, il ministro della Giustizia, che è stato il principale promotore di questa riforma, è al momento ancora al suo posto e probabilmente difficilmente verrà messo in discussione.
Le dimissioni di alcuni esponenti potrebbero essere state più una reazione alla pressione dei colleghi di partito che a un reale senso di oppressione per il mancato consenso da parte dei cittadini. In ogni caso, questa votazione influirà sul prosieguo della legislatura e, seppur con piccole e modeste entità, non mancherà di farsi sentire sui futuri sondaggi e sul consenso dei partiti di maggioranza che al momento guidano il governo e il paese.
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