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domenica 19 aprile 2026

Il giallo di Pietracatella (le donne uccise col veleno)


Ormai sono passate quasi tre settimane da quando è uscita la notizia dell’esito delle analisi del sangue delle due donne (madre e figlia di 15 anni) per le intossicazioni alimentari avvenute nel dicembre 2026 a Pietracatella, in provincia di Campobasso.

Nello specifico, il centro antiveleni ha rivelato la presenza nel sangue di entrambe della ricina, un potentissimo veleno che non ha antidoto, classificato tra i più letali al mondo. Bastano pochissimi milligrammi di questa sostanza per mandare in blocco tutti gli organi.

Così, quella che inizialmente sembrava una tragedia familiare dovuta a un’accidentale intossicazione alimentare si è rivelata un orrendo omicidio. Già, perché questo veleno non arriva per caso nelle case delle persone, né nei cibi delle nostre tavole. Anche volendo considerare la buona fede (o la sorte), è quasi impossibile che si sia trattato di un evento accidentale, come una contaminazione da alimenti o persino da prodotti cosmetici.

Lo shock della notizia è stato amplificato proprio dalla natura del veleno, estremamente tossico anche per chi è abituato a maneggiare sostanze pericolose. La soglia di sicurezza per inalazione è infatti ancora più bassa, e bastano quantità minime per compromettere le vie respiratorie, con conseguenze gravi, se non addirittura mortali.

Questo veleno veniva utilizzato soprattutto dai servizi segreti dei Paesi della vecchia Unione Sovietica. La peculiarità di quest’arma — che non lascia scampo — è quella di permettere a chi la usa di agire in modo nascosto e insospettabile, per poi avere il tempo di dileguarsi senza lasciare tracce.

In un paese piccolo come Pietracatella e, per di più, in una regione tranquilla come il Molise, risulta davvero surreale pensare che qualcuno abbia agito in maniera così precisa e pericolosa. Sebbene il marito e padre delle due vittime sia stato sindaco per due mandati, nonché tesoriere regionale del Partito Democratico, appare difficile immaginare che un uomo del genere possa aver suscitato rancori tali da portare a un gesto così estremo.

Ad ogni modo, questo veleno, sebbene pericolosissimo, può essere ottenuto anche in maniera “domestica”, anche se con rischi altissimi di contaminazione. La pianta del ricino — da cui si estraggono i semi che contengono la tossina — è infatti utilizzata anche come pianta ornamentale. Per questo motivo, la pista delle indagini si concentra al momento sull’ambito familiare. Gli inquirenti devono infatti ricostruire gli spostamenti e chiarire le relazioni all’interno della cerchia più stretta di parenti e amici.

I talk show televisivi e i quotidiani sono ormai pieni di notizie sulla vicenda, portando un minuscolo paese di campagna nell’occhio del ciclone. Molti cittadini hanno persino creato una pagina Facebook per ribellarsi alle accuse di un possibile omicidio, respingendo sospetti e ombre gettati su una comunità che non ha mai vissuto episodi di cronaca nera né altre forme di notorietà.

Per me, che sono nato e cresciuto in questa regione, è sicuramente un brutto colpo. Se davvero si tratta di un omicidio compiuto con un veleno senza antidoto, l’intera provincia — e forse la regione — rischia di essere travolta da sospetti e giudizi che possono avere ripercussioni a più livelli. La notizia ha suscitato sgomento e orrore in tutta Italia, catturando l’attenzione del pubblico e anche di chi si occupa di casi di cronaca nera sui social.

Purtroppo l’Italia è ricca di casi irrisolti o controversi, che continuano a sollevare dubbi anche dopo le sentenze. Una macchina mediatica che si alimenta delle incertezze e dei lati oscuri delle vicende. Il rischio è quello di trasformare ogni caso in un processo parallelo, dove i social diventano veicolo di accuse, dalle più plausibili alle più fantasiose.

Tornando al caso di Pietracatella, mi auguro sinceramente che si arrivi a una verità chiara e in tempi brevi, sia per il rispetto delle vittime sia per il decoro di una regione che vive spesso nell’anonimato e che rischia di essere ricordata solo per episodi tragici.

Il caso si preannuncia tutt’altro che semplice, e gli inquirenti dovranno essere molto attenti nel verificare ogni dettaglio e ogni possibile incongruenza nelle dichiarazioni, perché si presume che chi ha agito con questo veleno lo abbia fatto con estrema meticolosità, cercando di non lasciare alcuna traccia.

sabato 15 marzo 2025

IDI di Marzo

 

Vincenzo Camuccini - La morte di Cesare (1806) [wikipedia]

Oggi, il 15 marzo è ancora un giorno che suscita riflessioni sul potere, sulla politica e sul destino degli uomini che si trovano al vertice della società. In un'epoca moderna, dove le lotte per il potere e il tradimento politico sono ancora temi di grande attualità, le Idi di marzo ci ricordano che la storia tende a ripetersi e che, anche i più potenti, possono essere vulnerabili.

Le Idi di marzo, il 15 marzo del 44 a.C., sono una delle date più celebri della storia romana, poiché segnano l’assassinio di Giulio Cesare, uno degli eventi che hanno cambiato il corso della storia dell'Antica Roma. Ma cosa sono realmente le Idi di marzo e perché sono diventate così famose?

Il termine "idi" deriva dal latino "idus", che indicava il giorno di metà mese nel calendario romano. Le Idi erano giorni particolari, utilizzati come termine per calcolare altre date, e il 15 marzo corrispondeva alla metà del mese di marzo, un giorno che, nel contesto romano, aveva un’importanza simbolica e rituale.

Quello che rende le Idi di marzo così rilevanti non è tanto la data in sé, ma l'assassinio di Giulio Cesare, il quale, secondo la tradizione, venne ucciso dai suoi stessi senatori. Cesare, infatti, si era ormai accaparrato una grande quantità di potere, accumulando ruoli che lo ponevano sopra tutti gli altri, un passo che aveva suscitato preoccupazioni tra i suoi avversari politici. Questi ultimi temevano che Cesare stesse progettando di diventare re di Roma, minacciando così la Repubblica. Tra i complottisti che tramavano contro di lui, ci furono anche uomini di spicco, tra cui Bruto, che era addirittura considerato suo figlio adottivo.

Il colpo di scena avvenne al Senato, dove Cesare fu circondato e accoltellato da un gruppo di circa 60 senatori. La morte di Cesare non segnò solo la fine di una figura dominante, ma anche l'inizio di una serie di conflitti che portarono, alla fine, alla nascita dell'Impero Romano sotto il comando di Ottaviano, futuro imperatore Augusto.

Le Idi di marzo sono rimaste celebri soprattutto per le parole che, secondo la tradizione, Cesare pronunciò poco prima di morire. Quando vide tra i suoi assassini il suo protetto e figlio adottivo Bruto, Cesare, sbalordito, esclamò: "Et tu, Brute?" (Anche tu, Bruto?). Queste parole, sebbene in parte siano probabilmente frutto della drammatizzazione letteraria, hanno acquisito un potere simbolico molto forte: rappresentano il tradimento di una figura che, pur avendo dato tanto, viene alla fine tradita da coloro che più gli erano vicini.

Ma le Idi di marzo, oltre ad essere una data di rilevanza storica, sono diventate anche un simbolo di tradimento e ingratitudine. La frase “Et tu, Brute?” è stata ripresa e utilizzata nei secoli in una varietà di contesti, da opere letterarie a discorsi politici, per indicare il momento in cui un alleato o un amico tradisce qualcuno.